I casi nostri

Alzheimer, demenza senile e altre patologie simili: come evitare di mettere in standby la nostra esistenza?

No, non siamo diventati una rivista scientifica eppure queste patologie interessano anche l’universo del diritto.

Come noto le patologie sopraindicate, così come molte altre, impediscono al soggetto che ne è affetto la conduzione di una vita piena e soddisfacente, limitandone anche le facoltà intellettive e rendendoli facile prede di approfittatori e malviventi.

Non è raro, purtroppo, che spesso gli anziani – i più colpiti da queste patologie neurologiche – siano presi di mira e indotti a sottoscrivere contratti o, ancora, nei casi peggiori, a spogliarsi delle proprie sostanze. Spesso gli stessi parenti tendono a rifiutare l’insorgenza di queste malattie nei loro cari e ciò, come è comprensibile, per la evidente difficoltà di vedere quel guizzo vitale sfuggire dal volto tanto amato del proprio padre, della propria madre, del proprio coniuge.

Eppure, fuggire dalla realtà – per quanto brutta essa sia – non è mai una soluzione.

Questo è ciò che ha condotto il nostro assistito – che chiameremo Caio – a rivolgersi a noi.

Caio è un signore distinto, libero professionista prossimo alla pensione, che vorrebbe passare la sua terza giovinezza fra le braccia della propria moglie. I due, infatti, hanno mantenuto nel tempo diversi hobby: vanno a ballare, trascorrono tempo coi nipotini, viaggiano. Sono ancora una coppia felice con una vita piena e soddisfacente quando Caio inizia a notare nella moglie, poco più che sessantenne, delle strane “dimenticanze”. Inizialmente non si preoccupa molto. Del resto, con l’avanzare degli anni, capita di non essere più così freschi mentalmente. Inizia però a preoccuparsi seriamente quando, in due diverse occasioni sua moglie, preparandosi un tè dimentica il gas aperto. In un’altra circostanza la signora rimane disorientata all’interno di un centro commerciale. Ma un fatto più degli altri lo mette in allerta. Sua moglie, in occasione di diverse visite domiciliari di rappresentanti di vendita aveva sottoscritto più contratti per l’acquisto di un elettrodomestico che già possedeva, di una nuova linea telefonica e aveva regalato a un estraneo, che le si era presentato come lontano cugino, un anello in oro molto prezioso regalatole dal marito in occasione della nascita del loro primo figlio. Sono episodi rari, ma sempre più frequenti e così i due colgono l’occasione per fare visita al medico il quale, dopo diversi accertamenti, comunica una notizia che getta nello sconforto Caio: Mevia è affetta da un alzheimer precoce che avanza molto velocemente.

A questo punto Caio chiama a raccolta i suoi due figli informandoli del male che affligge la loro madre. I due accolgono la notizia con grande sgomento, ma con due reazioni differenti. Il primo decide con il padre di tutelare la propria madre e di recarsi presso il nostro Studio. Il secondo, invece, rifiuta la malattia della madre e minimizza i fatti che il padre gli ha raccontato.

A questo punto Caio e suo figlio Sempronio ci chiedono di individuare lo strumento più idoneo per tutelare l’amata Mevia e di impiegarlo concretamente. Una volta analizzati i fatti decidiamo di procedere attraverso la richiesta al Giudice tutelare di nominare un “amministratore di sostegno”, in tal modo tutelandola dagli episodi truffaldini di cui già purtroppo era stata vittima. Del resto Mevia che è abbastanza benestante è proprio – vista la patologia che sta vivendo – la preda ideale per molti truffatori. Il figlio minore si oppone a questa procedura.

L’amministrazione di sostegno, disciplinata dagli artt. 404 e ss. cod. civ., è un istituto rivolto alla tutela delle persone che, a causa di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica, si trovano nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi. E’ uno strumento meno rigido dell’interdizione e dell’inabilitazione, ma al contempo limita la capacità di agire del soggetto sottoposto a tutela. Dal racconto di Caio circa la situazione di sua moglie valutiamo essere sussistenti i due requisiti per richiedere l’amministrazione di sostegno per Mevia. Infatti, Mevia è affetta da una patologia progressiva e invalidante (requisito soggettivo) e non è più in grado di provvedere ai propri interessi (requisito oggettivo). I due requisiti erano legati dal nesso di causalità.

Così decidiamo di proporre ricorso per avviare la procedura e nel farlo, come prescrive la norma, informiamo, a mezzo notifica, tutte le persone congiunte e/o conviventi con Mevia chiedendo che venga nominato Caio, coniuge, quale amministratore di sostegno, consentendo così che lo stesso possa porre in essere quegli atti ordinari per i quali Mevia è ormai impossibilitata. Si tratta, ad esempio, della cura del patrimonio dell’amministrato volta alla conservazione delle risorse finanziarie dello stesso e al soddisfacimento delle necessità ordinarie e straordinarie del medesimo. Non solo. L’amministratore deve anche occuparsi della cura della persona amministrata (visite mediche, accertamenti). Sotto il profilo dei poteri dell’amministratore, egli, in relazione alle condizioni di salute e all’autonomia residua del beneficiario, potrà essere investito dal Giudice Tutelare di un ruolo di rappresentanza esclusiva (sostituendosi integralmente al soggetto) o di mera assistenza (affiancandosi al soggetto nell’assunzione delle decisioni).

Nell’ambito di questo procedimento il figlio minore resisteva.

Il giudice designato, però, valutate le condizioni della signora Mevia ha ritenuto sussistenti le ragioni per l’applicazione della misura, accogliendo il nostro ricorso e nominando Caio suo amministratore.

I casi nostri

La professione di Avvocato ci porta spesso a confrontarci con problematiche pratiche non del tutto inerenti a questioni di diritto. E’ questo il caso che vogliamo raccontarvi oggi.

Si rivolgeva al Caf interno allo studio, una famiglia che aveva perso da poco un proprio caro. Per proteggere la loro privacy li chiameremo “famiglia Alfa”, mentre il caro estinto lo chiameremo “Omega”.

La famiglia aveva subito la morte naturale di Omega – padre di tre figli tutti adulti senza discendenti – e marito della Sig.ra Alfa. Omega era morto senza aver fatto testamento e pertanto si era aperta, alla sua morte, la successione legittima che vedeva quali eredi i soli legittimari.

Il Sig. Omega era proprietario di tre diversi appartamenti, di cui uno, l’abitazione coniugale, in comunione con il coniuge e gli altri invece ricevuti quale eredità dai propri genitori. Questi due appartamenti, dunque, erano esclusi dal regime di comunione legale con il coniuge superstite. Non solo. Nell’asse ereditario erano anche presenti dei crediti. Infatti, Omega, qualche mese prima della sua morte, vedendo le proprie condizioni di salute peggiorare inesorabilmente, aveva fatto istanza con il nostro ausilio all’Inps affinché fosse accertata la sua condizione di disabile grave incapace di attendere alle esigenze e i bisogni propri di qualsiasi essere umano. Ciò al fine di ottenere la pensione di invalidità e l’assegno di accompagnamento. Si era recato, dunque, a visita medico legale intorno ai primi giorni luglio del 2018 e attendeva il provvedimento dell’Inps quando, a novembre, improvvisamente moriva senza aver ricevuto risposta.

Il verbale positivo dell’Inps che riconosceva l’invalidità e il diritto all’assegno di accompagnamento di Omega perveniva alla famiglia Alfa solo nel Febbraio del 2019, quindi dopo diversi mesi dalla morte dell’amato congiunto.

Per questi motivi, la famiglia Alfa si trovava nella difficoltà oggettiva di stimare l’asse ereditario da dichiarare ai fini fiscali nella dichiarazione di successione e decideva di rivolgersi al nostro Studio che già conosceva la pratica approfonditamente. I figli del Sig. Omega, inoltre, ci informavano della loro volontà di rinunciare all’eredità paterna per accrescere la quota da devolvere alla loro madre.

Le domande che ci venivano poste, dunque, erano volte al contenimento delle spese inerenti la pratica di successione e nello specifico:

  1. Come si rinuncia all’eredità senza spendere un patrimonio in carte bollate?
  2. Come si calcola l’asse ereditario, tenendo presente l’esistenza del credito Inps?
  3. Come si ottempera all’obbligo dichiarativo e alle volture catastali senza incorrere in sanzioni?
  1. Come si rinuncia all’eredità senza spendere un patrimonio in carte bollate?

Non molte persone conoscono la possibilità di rinunciare all’eredita, ma anche di accettarla con beneficio di inventario, presso la cancelleria del Tribunale competente per territorio. Il Tribunale competente si individua per il tramite dell’ultima residenza in vita del defunto. La procedura è piuttosto semplice e poco onerosa in termini economici. Ci si deve presentare presso la cancelleria personalmente, pagare l’imposta di bollo pari a Euro 200,00 ed esplicitare la propria volontà a rinunciare. L’imposta di bollo è unica indifferentemente da quanti siano i soggetti rinunciatari. I documenti necessari per la rinuncia sono:

– certificato di morte in carte libera o autocertificazione;

– una marca da bollo da Euro 16,00;

– codice fiscale e documento di riconoscimento dei rinuncianti e del defunto;

– copia conforme del testamento, se esistente;

– versamento per la registrazione di Euro 200,00 da effettuarsi dopo la redazione dell’atto.

Nel caso specifico, dopo aver formato tutti i documenti necessari, abbiamo accompagnato i chiamati rinunciatari presso il Tribunale competente e sbrigato l’intera pratica in un solo giorno.

  1. Come si calcola l’asse ereditario, tenendo presente l’esistenza del credito Inps?

Nel caso che vi stiamo raccontando l’asse ereditario era composto da tre appartamenti. Uno degli immobili era in comunione legale con il coniuge superstite. Gli altri due immobili, invece, costituivano un bene personale del defunto in quanto ricevuti in eredità dai propri genitori. Non vi erano debiti di alcuna natura. Occorreva, dunque, stabilire per gli appartamenti quale fosse il loro valore catastale e quale fosse precisamente la quota devoluta in eredità anche tenendo conto della comunione legale esistente per uno di essi. Altro dubbio era costituito dalla presenza del verbale che assegnava al defunto la pensione di invalidità e l’assegno di accompagnamento. Su questo ultimo punto è necessario specificare che se, come in questo caso, il provvedimento positivo perviene all’interessato dopo la sua morte, il de cuius ha comunque diritto al pagamento dei ratei maturati e non riscossi dal momento della domanda al momento della sua morte. Non potendoli, ovviamente, più riscuotere personalmente, questi crediti entrano nell’asse ereditario. Nel caso in cui, però, gli eredi siano legittimari, come in questo caso, tali crediti non vanno inseriti nella dichiarazione di successione, ma spettano per legge al coniuge superstite come autonomo diritto, in mancanza, ai figli del defunto (AE, Risol. 53/E del 18/02/2008). Pertanto, una volta effettuata la dichiarazione di successione, potranno essere richiesti senza alcuna formalità.

Risolto questo dubbio, dunque, abbiamo effettuato i calcoli per stabilire il valore catastale degli immobili e l’entità dell’asse ereditario da devolvere al coniuge superstite. Dai calcoli è emerso che si poteva approfittare della franchigia e che dunque la Sig.ra Alfa era esclusa dal pagamento della tassa di successione. Per uno degli appartamenti, inoltre, poteva usufruire dell’agevolazione “prima casa” e pagare le imposte in misura fissa con un grande risparmio in termini economici.

  1. Come si ottempera all’obbligo dichiarativo e alle volture catastali senza incorrere in sanzioni?

La dichiarazione di successione e contestuali volture catastali dal 2019 può essere presentato solo on line in proprio o con l’ausilio di un Caf o intermediario abilitato. Si consiglia, comunque, di rivolgersi a persone competenti onde evitare di incorrere in sanzioni.

La dichiarazione deve essere presentata entro un anno dalla morte del defunto. Se vi sono eredi rinunciatari, questi devono aver rinunciato prima della presentazione della dichiarazione. La rinuncia espressa e registrata deve essere allegata alla dichiarazione. Vanno inoltre presentati, sempre in allegazione, tutta una serie di autocertificazioni e documenti che attestino lo stato patrimoniale del defunto, quali ad esempio le visure catastali degli immobili e dei terreni.

Il dichiarante, cioè colui che in qualità di erede presenta la dichiarazione anche per tutti gli altri deve essere in possesso di un conto corrente dal quale verranno prelevate le tasse e le imposte inerenti i beni in successione.

A questo proposito ricordiamo la presenza di franchigie che consentono, in alcuni casi particolari, la possibilità di non pagare la tassa di successione che dipendono dal valore dell’asse ereditario e dalla qualità dei chiamati all’eredità (legittimari, legittimi o eredi). Sono previste delle agevolazioni per gli immobili che possono essere devoluti a uno dei legittimari e da questi usati come “prima casa”. In questo caso le imposte e le tasse non vengono calcolate in misura percentuale al valore, ma applicandole in maniera fissa.

Queste le regole generali che mutano a seconda del caso specifico.

Nel caso che vi stiamo raccontando la dichiarazione è stata presentata per mezzo del nostro Caf senza alcun problema, lasciando la famiglia Alfa soddisfatta del fatto di non aver dovuto pagare sanzioni, di aver risolto tutti i dubbi e di non aver dovuto pensare a nulla (dato che tutta le documentazione è stata formata con il nostro ausilio) e, da ultimo, senza spendere un patrimonio.

Oggi vi racconteremo di come il ricorso al credito bancario nasconde molte insidie e di come un “semplice” contratto di mutuo, se non opportunamente analizzato, potenzialmente può trasformarsi in una “gabbia”.

Ma andiamo con ordine.

Tempo fa si è rivolto a Nomos Law Firm un cittadino – che per ragioni di privacy chiameremo Tizio – il quale aveva stipulato un mutuo con un istituto di credito che chiameremo “Banca Gamma” (sì, la fantasia non è propriamente un tratto caratteristico dei giuristi).

Inizialmente la ragione che ha spinto Tizio a rivolgersi al nostro Studio era semplicemente quella di sottoporci il mutuo per una analisi, posto che assai di frequente questa tipologia di contratti non si caratterizza per chiarezza e comprensibilità.

Naturalmente, al di là delle clausole strettamente giuridiche – in quanto tali di nostra esclusiva competenza – abbiamo a nostra volta sottoposto il contratto al nostro perito di fiducia per verificare l’esistenza di tassi usurari.

Come è noto il diavolo sta nei dettagli e solo dopo un’attenta analisi è emerso che il tasso moratorio pattuito al momento della sottoscrizione del contratto era superiore al tasso soglia fissato dalla Banca d’Italia, ciò rendendo automaticamente il contratto stesso nullo.

Sul punto la legge è chiarissima: la pattuizione a qualunque titolo di un tasso di interesse superiore a quello individuato semestralmente dalla Banca d’Italia è da considerare nulla. Ciò significa che anche i tassi moratori, al pari di quelli corrispettivi, soggiacciono a questa cristallina regola.

Pertanto, avvedutici di ciò, abbiamo tempestivamente inviato una prima lettera di diffida alla “Banca Gamma” la quale, ignorando ogni nostra legittima richiesta, ci ha costretti nostro malgrado ad avviare il giudizio, non senza prima tentare la mediazione (obbligatoria in questi casi), anch’essa rivelatasi totalmente infruttuosa.

Attualmente siamo nelle fasi finale del giudizio – secondo le nostre previsioni dovremmo arrivare a sentenza entro la fine del prossimo anno – e, in virtù del granitico orientamento della giurisprudenza sul punto, siamo ragionevolmente ottimisti circa l’esito positivo dello stesso.

Pertanto attenderemo con serenità la pronuncia del Giudice e vi terremo aggiornati.

Se anche tu hai sottoscritto un contratto di mutuo usurario, contattaci immediatamente e valuteremo insieme come procedere per recuperare quanto indebitamente corrisposto alla tua Banca.

Quando il vincolo affettivo dei coniugi viene meno, oltre a dover fare i conti con le dolorose conseguenze emotive (a volte anche ad effetto liberatorio!!), spesso marito e moglie si trovano a dover fronteggiare anche altri ostacoli, sia in termini di denaro sia, ancor più, in termini di tempo prima di riuscire a divorziare.

Infatti, come è noto, anche nelle ipotesi di una coppia non eccessivamente conflittuale, i passaggi da effettuare prima di riuscire a sciogliere gli effetti civili del matrimonio si articolano in più fasi.

Innanzitutto, la coppia dovrà procedere dinanzi al Giudice per ottenere la separazione (consensuale o giudiziale).

Successivamente, solo dopo che sia trascorso un determinato periodo (sei mesi se si tratta di separazione consensuale e un anno ove si tratti di separazione giudiziale), i coniugi potranno procedere con il divorzio.

Tali tempistiche sono state notevolmente ridotte dalla riforma del cosiddetto “divorzio breve” che ha ridotto il precedente termine per poter divorziare a seguito della separazione, corrispondente inizialmente a tre anni.

Tanto premesso, il caso che descriviamo oggi, è relativo ad una Cliente rivoltasi al nostro Studio per separarsi dal marito al fine di poter procedere poi con il divorzio.

I coniugi in questione erano anche genitori di due bambine, il che rendeva molto più delicata la questione.

Bisogna riconoscere che, in linea di massima, non vi era un’alta conflittualità nella coppia in relazione a diversi aspetti patrimoniali, trovandosi i coniugi – tra l’altro – in regime di separazione dei beni.

Gli aspetti maggiormente problematici, invece, risiedevano nel diverso approccio di entrambi i genitori in riferimento a tempi e modalità di affidamento e frequentazione delle bambine. Inoltre, non vi era pieno accordo circa l’entità del mantenimento che il padre avrebbe dovuto versare a favore delle bambine.

Nulla quaestio, invece, in merito all’assegno a favore della moglie, in quanto la nostra Cliente sin da subito si era determinata autonomamente per non richiedere nulla al marito, potendo disporre fortunatamente di un reddito sufficiente.

La Cliente più volte aveva espresso la volontà di riuscire a chiudere la vicenda in tempi stretti.

Pertanto, al fine di ridurre sensibilmente i tempi, le veniva prospettata la possibilità di raggiungere un preventivo accordo con il marito sulle questioni più spinose, al fine di poter procedere con la negoziazione assistita, prima per la separazione e poi per il divorzio.

Molti non sono al corrente del fatto che a partire dal 2014 è stata introdotta – allo scopo di fornire procedure più snelle, anche con l’obiettivo di ridurre il contenzioso in Tribunale – la negoziazione assistita come alternativa alla separazione o al divorzio davanti al Giudice.

Tale procedura riduce tempi e i costi, senza dover attendere i lunghi tempi dei processi civili, oltre ad evitare ai coniugi di recarsi in Tribunale e partecipare alle udienze.

Infatti, oggi i coniugi possono separarsi o divorziare (solo consensualmente, cioè solo se vi sia accordo tra i coniugi) firmando in presenza dell’Avvocato l’accordo raggiunto.

E così, anche nel caso che ci occupa, entrambi i coniugi – dopo aver individuato e stabilito tutte le condizioni, anche economiche, relative ai rapporti tra essi e con le proprie figlie, anche grazie all’ausilio della Mediazione Familiare da noi consigliata – sottoscrivevano l’accordo di separazione.

Successivamente, dopo aver depositato l’accordo sottoscritto in Procura ed ottenuta l’autorizzazione, i nostri Avvocati trasmettevano il medesimo accordo all’Ufficiale di Stato Civile per l’annotazione. L’iter si completava dopo poco più di un mese dalla sottoscrizione.

Successivamente, trascorsi sei mesi dalla separazione, i coniugi intenzionati ancora a divorziare, sottoscrivevano un nuovo accordo (sostanzialmente in termini molto simili al precedente accordo di separazione) per la cessazione degli effetti civili del matrimonio e i nostri Avvocati curavano – come sopra già descritto per la separazione – le fasi di controllo e di deposito per dare efficacia al divorzio.

Corre l’obbligo di segnalare che la procedura di negoziazione testé indicata, in base alla nostra esperienza, presenta indubbi vantaggi che la rendono opportuna solo allorché non sia ravvisabile un alto grado di conflittualità nella coppia.

In caso contrario, soprattutto nel preminente interesse dei figli, si consiglia di ricorrere preventivamente, o contestualmente, alla mediazione familiare.

In alternativa, non rimarrà che rivolgersi al Giudice.

EPISODIO 1

Qualche tempo si è rivolto a noi il titolare di un locale notturno, lamentando una lesione della reputazione della sua attività commerciale causata da un articolo pubblicato su una testata giornalistica on line.

Naturalmente per ragioni di privacy non divulgheremo il nome dei protagonisti di questa vicenda.

Ciò che invece è importante sottolineare che in casi del genere, oltre alla denuncia del fatto presso le Autorità competenti (Procura della Repubblica, Polizia di Stato etc.), è ben possibile ottenere un risarcimento del danno.

Nella fattispecie, l’articolo “incriminato” aveva ad oggetto il resoconto di una attività di polizia finalizzata al controllo della regolarità delle attività commerciali sul territorio, sia sotto il profilo igienico-sanitario, sia sotto quello del rispetto della normativa sui lavoratori dipendenti.

Tra i locali controllati vi è stato ovviamente anche quello del nostro Cliente, al quale però non sono state elevate sanzioni, né mossi addebiti di nessun tipo.

Ciononostante nell’articolo veniva descritta una realtà completamente diversa: si affermava, infatti, che il locale del nostro cliente (indicato addirittura con il nome!) era stato destinatario di sanzioni amministrative per la violazione delle norme igienico-sanitarie relative alla conservazione dei cibi somministrati.

Sostanzialmente secondo l’Autore dell’articolo nel locale del nostro assistito si sarebbe venduto del cibo scaduto!

Dopo aver attentamente analizzato il contenuto dell’articolo di giornale e le modalità della sua diffusione – esso era stato postato su tutti i canali social della testata giornalistica – abbiamo costruito la nostra strategia difensiva su un duplice piano risarcitorio: danno non patrimoniale relativo alla lesione dell’immagine dell’attività commerciale; danno patrimoniale in termini di diminuzione del fatturato nel periodo temporale immediatamente successivo alla pubblicazione dell’articolo.

Raccolti tutti gli elementi e le informazioni necessarie abbiamo immediatamente contattato l’editore del giornale, denunciando l’accaduto e intimando il pagamento del risarcimento di tutti i danni subiti e documentati.

Tale comunicazione è rimasta “lettera morta”, giacché né l’editore né il suo ufficio legale hanno riscontrato la nostra richiesta, spingendoci ad incardinare il procedimento di mediazione (obbligatoria per legge in questi casi).

Attualmente siamo in attesa di effettuare il primo incontro presso l’organismo di mediazione adito, pronti a proseguire in Tribunale laddove l’editore del giornale non darà seguito alle nostre giuste istanze risarcitorie.

TO BE CONTINUED…

Se anche tu sei stato danneggiato da condotte diffamatorie, non solo a mezzo stampa online, contattaci immediatamente! Insieme a te valuteremo l’entità del danno e la strada più veloce per ottenere il giusto risarcimento!

 

Qualche tempo fa riceviamo in studio un nostro cliente che per ragioni di privacy chiameremo Tizio.

Tizio doveva predisporre tutta una serie di pratiche inerenti la successione di una vecchia zia la quale aveva gli destinato per testamento, fra le altre cose, un immobile. Quasi divertito ci raccontava di aver ricevuto fatture e solleciti di pagamento per forniture di luce e telefono il cui contratto era stato firmato, a detta delle operatrici interpellate, ben quattro mesi dopo il decesso. Addirittura Tizio ci riferiva che per alcune forniture vi era più di un contratto in essere.

Escludendo ipotesi paranormali l’unica ipotesi, a parer nostro, è riferibile a una vera e propria truffa ai danni degli eredi della deceduta.

A questo punto, rassicurando Tizio, abbiamo preso in carico la problematica e abbiamo tentato anche noi, parendoci incredibile quanto da lui riportato, di contattare i vari gestori per rappresentargli questa strana situazione e sperando, in cuor nostro, che si trattasse solo di un errore a dir poco stupefacente.

Dopo interminabili minuti di attesa al call center – lo sapete tutti come funziona – finalmente abbiamo l’onore di parlare con un’operatrice alla quale raccontiamo, con dovizia di particolari, tutta la vicenda. Vi aspettereste e ci aspettavamo che, a seguito di questa narrazione il cui nodo centrale era la data del decesso di questa vecchia zia e la sottoscrizione successiva alla morte dei contratti incriminati, l’operatrice si rendesse conto dell’evidente impossibilità di un deceduto a firmare contratti. E invece…no.

L’operatrice, infatti, ci rammenta – sì, avete capito bene – che i contratti vanno onorati e che in ogni caso era in loro possesso un contratto firmato e una registrazione vocale.

Noi, come potrete facilmente immaginare, siamo rimasti basiti. A nulla è valso ricordare all’operatrice che una persona morta non avrebbe potuto firmare alcunché, né tantomeno essere registrata e che, l’ipotesi più plausibile nel caso che ci occupa era evidentemente, nella migliore delle ipotesi, una sostituzione di persona.

A questo punto, l’unico modo per emergere da questa intricata situazione è ragionare sull’accaduto. A nostro parere, nelle more della successione apertasi alla morte dell’anziana zia, agenti o chi per loro, non conoscendo la circostanza del decesso, e approfittando della considerevole età della signora, abbiano agito in malafede apportando una firma falsa sul contratto e, altresì, registrando la telefonata di conferma vocale del contratto.

Per dirimere l’arcano, allora, occorre, in primo luogo fare reclamo nei confronti della società di fornitura avendo cura di allegare il certificato di morte della defunta e, per l’effetto, disconoscere qualsivoglia sottoscrizione e registrazione vocale.

Questo almeno quello che abbiamo fatto noi. Nei termini previsti per legge la società non rispondeva e quindi non potevamo che fare ricorso all’Autorità garante (Arera) la quale, nell’evidenza della bontà delle nostre ragioni, riconosceva il comportamento poco trasparente della Società annullando le fatture insolute e riconoscendo un risarcimento del danno simbolico pari ad euro 400,00 Euro.

In concomitanza al procedimento di conciliazione presso l’Autorità garante Tizio decideva inoltre di presentare denuncia querela alla Procura della Repubblica per il perseguimento del delitto di truffa ex art. 640 cp. . Tale procedimento non è stato archiviato e al momento è ancora in corso.

E’ proprio vero che l’acquisto di un immobile presuppone la massima attenzione al fine di evitare possibili rischi che possano trasformare l’evento lieto, legato all’acquisto di una nuova casa, in un lungo e dispendioso dramma.

Non è raro, infatti, scontrarsi con atteggiamenti posti in essere in mala fede dall’acquirente o dal venditore, al fine di trarre un ingiusto vantaggio economico dall’affare.

In via generale, i rischi e le problematiche sottese all’acquisto di un immobile, possono essere evitati (o quantomeno ridotti) adottando le dovute cautele già in fase preliminare, attraverso la predisposizione di specifiche clausole in relazione agli elementi più incerti della specifica compravendita.

Ove ciò non dovesse sortire effetto, è sempre consigliabile – successivamente – rivolgersi ad un legale per limitare o eliminare gli effetti dannosi generatisi.

Il caso che riportiamo oggi ha ad oggetto la problematica sofferta da un nostro Cliente, il quale aveva stipulato con una Società venditrice un contratto preliminare di compravendita immobiliare volto all’acquisto di una casa.

Contestualmente, il medesimo promissario acquirente, aveva versato a titolo di deposito fiduciario (caparra confirmatoria) un assegno bancario di importo pari ad € 40.000,00.

Come accade di frequente, la predetta caparra sarebbe stata incassata dal venditore nel caso in cui il nostro Assistito non avesse poi proceduto all’acquisto dell’immobile per cause ad egli stesso imputabili.

A seguito di alcune problematiche meglio evidenziate nel prosieguo, la pratica non andava a buon fine e la Società venditrice comunicava al nostro Cliente che avrebbe proceduto all’incasso della caparra.

A seguito di ciò, il Cliente si rivolgeva al nostro Studio per ricevere adeguato supporto legale.

Il medesimo riferiva subito di essere venuto a conoscenza, da fonti esterne e solo in una fase successiva alla conclusione del contratto, dell’esistenza di pluriennali servitù condominiali insistenti sull’immobile oggetto di compravendita.

Tutto ciò veniva confermato all’esito della nostra analisi contrattuale e fattuale, anche tramite l’ausilio tecnico di un nostro Perito, il quale rilevava l’esistenza delle predette servitù (a mero titolo esemplificativo: un vano tecnico contenente impianti idrici e termo-idraulici condominiali non rimovibili; “rubinetti” di intercettazione e chiusura di impianti idrici condominiali in servizio, etc.), idonee a limitare in maniera importante il pieno e libero godimento del bene.

Dunque, a ben vedere, il buon esito della pratica era stato inficiato da cause imputabili alla condotta scorretta e in malafede della parte promittente venditrice, la quale aveva dolosamente taciuto circostanze ed elementi di fatto e di diritto rilevanti e determinanti, la cui conoscenza mai avrebbe condotto alla conclusione del contratto preliminare e, comunque, al buon esito dell’intera operazione.

Infatti, parte promittente venditrice – in ossequio al dovere generale di buona fede e correttezza nelle trattative precontrattuali – ben avrebbe dovuto e potuto segnalare l’esistenza di tali pesi gravanti sull’immobile nel rispetto del contratto preliminare stipulato.

Quanto appena esposto veniva prontamente comunicato a parte venditrice dai nostri Legali, con diffida a non procedere all’incasso della caparra, facendo salvo – in ogni caso – il diritto del nostro Cliente al risarcimento del danno.

Di fronte a tali schiaccianti evidenze, la Società venditrice faceva un passo indietro comunicando di non voler procedere oltre e restituendo immediatamente al nostro Cliente l’assegno versato a suo tempo titolo di caparra.

La cosa più soddisfacente per Noi è stata la felice sorpresa del nostro Cliente, il quale ormai si era già tristemente abituato all’idea di dover subire passivamente un’ingiustizia.

Pertanto, al di là della peculiarità di alcuni aspetti della vicenda che ci hanno consentito di tutelare al meglio il nostro Assistito, la morale che può trarsi da questa storia è sempre la medesima: rivolgersi ad un buon Avvocato sin da subito, già nella fase di trattativa.

Come recitava anche un noto spot pubblicitario di qualche anno fa, adattabile a diversi campi di applicazione: “Prevenire è meglio che curare!”.

Tempo fa si rivolgeva a Nomos Law Firm un lavoratore illegittimamente licenziato dal proprio datore di lavoro, una società di capitali, lamentando altresì di aver prestato la propria attività lavorativa completamente “in nero”, senza cioè percepire né la corretta retribuzione, né tantomeno la contribuzione previdenziale dovuta per legge.

La questione ha colpito la nostra attenzione non tanto per la sua singolarità – in Italia purtroppo questo piaga purulenta è ancora assai diffusa – quanto piuttosto per la “leggerezza” con la quale il datore di lavoro in questione aveva trattato la vicenda durante lo svolgimento del rapporto lavorativo, disseminando il materiale probatorio idoneo a provare sia la subordinazione del lavoratore, sia la longevità del rapporto.

A questo punto, dopo aver raccolto tutti gli elementi probatori ci siamo immediatamente rivolti al nostro consulente del lavoro di fiducia per avere una perizia relativa ai conteggi delle somme dovute e l’ipotetico inquadramento nel contratto collettivo nazionale di categoria secondo le mansioni svolte dal lavoratore.

Come immaginavamo si trattava di una cifra considerevole, posto che il rapporto di lavoro era proseguito per 5 anni senza ricevere mai una seppur minima formalizzazione giuridica.

Pertanto immediatamente procedevamo ad inviare una prima lettera di diffida, invitando il datore di lavoro alla restituzione di quanto dovuto, con l’espresso avvertimento che in mancanza di riscontro positivo avremmo difeso il nostro Assistito dinanzi al Tribunale competente e avremmo attivato anche tutte le altre Autorità interessate (solo a titolo di esempio l’INPS, l’Ispettorato Territoriale del Lavoro, la Guardia di Finanza).

In casi del genere, anche se il giudizio è fondato e ben documentato, occorre comunque prendere in considerazione un’eventuale soluzione transattiva, non tanto per “timore” di andare in giudizio (si tratta del nostro lavoro e siamo pronti a difendere i diritti dei nostri Assistiti in tutte le sedi), quanto piuttosto perché il rischio è quello dell’insolvenza del creditore (il datore di lavoro nel caso di specie).

In altri termini il rischio concreto è quello di avere una “bellissima sentenza” che tributa la vittoria su tutta la linea, ma completamente inutile per impossibilità della parte soccombente di pagare quanto dovuto. E ciò soprattutto quando si tratta di società di capitali (ad esempio s.r.l., s.p.a. etc.), dal momento che tali soggetti giuridici rispondono delle loro obbligazioni nei limiti del loro patrimonio, con esclusione quindi del patrimonio personale della compagine sociale.

Ricevuta la nostra lettera il datore di lavoro decideva di ignorare le nostre più che legittime richieste, evidentemente sottovalutando la forza delle prove in nostro possesso.

Dopo alcuni tentativi di negoziazione rivelatisi infruttuosi, improvvisamente la nostra controparte perveniva a più miti consigli dopo la visita presso la sede aziendale dell’Ispettorato territoriale del lavoro, il quale riscontrava la presenza altri lavoratori irregolari ed altre violazioni di carattere fiscale, convincendosi così a corrispondere in fase stragiudiziale una considerevole somma a favore del lavoratore.

Così in un sol colpo abbiamo garantito al nostro Assistito di recuperare buona parte delle sue spettanze economiche e di evitare un giudizio lungo e stressante anche sotto il profilo psicologico.

È meglio avere un buon accordo che una bella ma inutile sentenza!

Nonostante la nostra attività professionale sia in grado, nel tempo, di rendere gli operatori del diritto sempre più impassibili dinnanzi alle distorsioni di un quadro perfetto della realtà, con nostro sommo stupore, davanti al caso che andremo ad illustrare, siamo stati felici del fatto che qualcosa riesca ancora a meravigliarci. 

In realtà, per meglio dire, ci siamo ben resi conto di quanto avvenimenti reputati del tutto “normali” nell’esistenza di noi animali sociali siano continuamente suscettibili di essere sussunti nell’alveo di una determinata fattispecie giuridica.

Si recava presso il nostro Studio una giovane donna, la quale ci rappresentava ciò che segue.

La predetta aveva partecipato ad un party all’interno di un’abitazione privata assieme ad un amico. La stessa, inoltre, non era stata invitata personalmente alla festa, mentre aveva aderito il di lei amico, tramite un’app volta all’organizzazione di eventi.

Qualche settimana dopo aver partecipato all’iniziativa, la giovane riceveva una telefonata, con la quale veniva informata del fatto che l’Azienda titolare dell’app per l’organizzazione di feste ed eventi, avesse utilizzato la sua immagine per sponsorizzare la predetta attività.

Per tale via, la Nostra Assistita, si trovava nell’incresciosa situazione di vedere improvvisamente inondate le pagine Facebook ed Instagram (social network utilizzati da controparte per sponsorizzare l’iniziativa) con la propria immagine, ritratta nell’intento di sorseggiare un bicchiere di vino durante la festa, per giunta facendone un utilizzo conclamatamene a scopo commerciale.

Al di la dei possibili risvolti di natura penalistica, ai quali in tal sede si premette solamente breve cenno – legati al fatto che, ove l’utilizzo abusivo dell’immagine di una persona sia idoneo ad offenderne il decoro e la reputazione, l’autore del fatto sarà chiamato a rispondere per il reato di diffamazione aggravata dall’utilizzo di un mezzo di comunicazione potenzialmente atto a raggiungere un numero illimitato di destinatari – la richiesta della nostra Assistita verteva unicamente in ordine alla rimozione immediata della propria immagine abbinata a tale contenuto, stanti gli innumerevoli solleciti che Ella stessa aveva provveduto ad inviare alla Società, privi di qualsivoglia riscontro.

E’ noto, infatti, che il diritto all’immagine si esplichi nel diritto del titolare di non vedere esposte o pubblicate le proprie rappresentazioni, senza la manifestazione di uno specifico consenso, fuori dai casi previsti dalla legge (Art. 10 c.c.). Il suddetto articolo deve essere integrato con gli artt. 96 e 97 della Legge sul Diritto d’Autore (in seguito solo L.d.A) che tipizzano le ipotesi in cui è possibile riprodurre e sfruttare economicamente il diritto all’immagine altrui. L’art. 96 della L.d.A. introduce nel nostro ordinamento il c.d. “principio del consenso” stabilendo che per riprodurre, esporre o sfruttare commercialmente l’immagine di un soggetto, è sempre necessario ottenere dal titolare della predetta l’assenso a tale condotta.

Il preliminare approccio di verifica è stato, pertanto, relativo alla sottoscrizione, da parte della Nostra Assistita, di uno specifico consenso, per il tramite del quale la stessa avesse incautamente concesso alla Società la possibilità di sfruttare la propria immagine.

Verificato il fatto che la Signora non avesse mai firmato alcunché – vi invitiamo, in tal senso, a prendere sempre visione di quanto sottoscrivete, nonché dei flag che, spesso in maniera distratta, apponiamo ai vari siti o applicazioni che scarichiamo sul cellulare – abbiamo provveduto a diffidare formalmente la società dall’utilizzo dell’immagine della giovane donna, con espresso invito all’espunzione immediata della stessa da tutti i Social network di proprietà, gestiti o collegati alla medesima e di risarcire il nocumento patito dalla Cliente.

Nel paventare tale, ultima ipotesi, due quesiti si sono affacciati alla nostra mente. 

Innanzi tutto, le modalità con le quali procedere alla quantificazione della lesione del diritto alla tutela dell’immagine e della riservatezza nel caso di personaggio non noto. D’altro canto, si palesava la necessità di ancorare il dato normativo ad un criterio di natura temporale: il ragionamento, infatti, prendeva le mosse dal fatto che, tanto più tempo questa immagine fosse stata presente in rete, maggior nocumento avrebbe subìto la Nostra Cliente, posta l’assoluta illimitatezza del numero di soggetti destinatari potenziali della comunicazione a scopo commerciale. 

A dirimere tali quesiti sovveniva in nostro ausilio la giurisprudenza costante della Suprema Corte, la quale a più riprese ha sancito il granitico principio relativo al fatto che l’illecita pubblicazione dell’immagine altrui obblighi l’autore del fatto al risarcimento del danno non solamente di natura non patrimoniale, ma anche di natura patrimoniale, che consiste nel pregiudizio economico di cui la persona danneggiata abbia risentito per effetto della predetta pubblicazione. 

In ogni caso, qualora non possano essere dimostrate specifiche voci di danno patrimoniale (come accade per le persone non note, a differenza di quanto previsto per i “personaggi famosi”, le cui immagini sono suscettibili di una valutazione economica secondo una sorta di “listino prezzi”), colui che lamenta una lesione ben può far valere il diritto alla corresponsione di una somma commisurata all’ammontare del compenso che avrebbe in astratto richiesto per concedere il proprio consenso alla pubblicazione dell’immagine, determinandosi tale importo in via equitativa. Tale somma sarà, pertanto, computata avendo riguardo al vantaggio economico conseguito dell’autore della pubblicazione sprovvista di consenso, rapportato anche alla diffusione del mezzo sul quale la divulgazione è avvenuta ed alle finalità perseguite.

Tornando al caso di specie e, presa contezza del fatto che l’immagine della Nostra Assistita fosse stata utilizzata online per un tempo assai lungo, riuscivamo ad ottenere l’inibitoria dell’attività illegittima, tramite la cessazione delle pubblicazioni da parte della Società, la cancellazione immediata delle immagini precedentemente pubblicate che ritraevano la Cliente, oltre una discreta somma a titolo di risarcimento del danno, in fase stragiudiziale. 

Ad onor del vero, non so se ciò dipenda da bravura o da fortuna, ma il quesito è pressoché irrilevante, poiché la bravura si costruisce, giorno per giorno, conoscenza per conoscenza. Quanto alla fortuna, preferirei lasciare che sia Napoleone (o quantomeno, un pensiero che gli attribuiscono) a parlare per me.

Tuttavia, diffido il Lettore dal disperare, ove simili azioni intraprese in fase stragiudiziale non dovessero condurre i frutti sperati.

L’alveo della tutela di tali situazioni, lesive per la riservatezza, il decoro e la privacy, è in costante ampliamento ed è più che mai corretto intraprendere gli strumenti messi via via a disposizione dalle normative, al fine di inibire talune situazioni che possano mettere a repentaglio diritti costituzionalmente sanciti. Si invita, pertanto, il Lettore ad avere sempre un occhio vigile e critico nei confronti di piccoli comportamenti umanamente tollerati, suscettibili di cagionare nocumento alle posizioni individuali.

Qualche tempo fa si rivolgeva al nostro Studio una Signora. Non voglio spoilerare, ma vi anticipo che la vicenda si è conclusa con un ottimo risarcimento.

Ma torniamo al racconto per ragionare insieme sull’evento dannoso capitato a questa donna che arriva in Studio e ci racconta di essere caduta camminando sul marciapiede e di essersi fatta talmente male da dover essere più volte operata. Attenzione, non stiamo parlando di una signora ultracentenaria, ma di una donna di 50 anni circa in buonissima salute prima dell’incidente occorsole.

I nostri esperti di sinistri gli Avv.ti Michele Funari e Alessandro Ceci, allora, ben sapendo le difficoltà cui si va incontro quando si chiede un risarcimento per danno da cose in custodia, iniziavano a porre diverse domande alla donna.

Il tenore di queste molteplici domande incuriosiva la signora che quasi si sentiva in una puntata di Perry Mason. Eppure, molto spesso gli Assistiti, lo sapranno bene i Colleghi, danno importanza e raccontano solo alcuni particolari che, a parer loro, paiono di gran lunga più importanti e si dimenticano di raccontare, ad esempio, se la caduta sia avvenuta di giorno o di notte, se vi era qualche testimone, se il marciapiede era sconnesso o, ancora, se vi fossero ostacoli visivi fissi o mobili che hanno influito nell’accadimento. E’ compito, quindi, del legale porre le giuste domande per conoscere il fatto. Del resto gran parte del nostro lavoro si basa sulla giusta risposta da fornire alla giusta domanda.

In ogni caso, dalle domande poste abbiamo potuto comprendere che l’incidente per il quale la signora aveva subito numerosi interventi e per il quale la guarigione era intervenuta dopo un anno e molti giorni di ricovero era avvenuto:

  • di notte o meglio nel tardissimo pomeriggio di un giorno invernale;
  • dopo un fenomeno temporalesco (n.d.r. No, non sono Giuliacci delle previsione del tempo) che aveva fatto cadere numerose foglie sul manto stradale e sul marciapiede;
  • su un viale costeggiato da numerosi alberi le cui radici avevano rialzato la pavimentazione del marciapiede creando uno “scalino”;
  • che tale ostacolo era invisibile per diverse ragioni: il buio, le foglie rese scivolose dalla pioggia, un cartello fisso pubblicitario, la scarsissima illuminazione;
  • che vi era un testimone sul luogo del sinistro.

Queste le premesse. La nostra strategia difensiva che ha annullato sul nascere qualsivoglia pretesa di concorso di colpa opposta dal Comune ove è accaduto il sinistro, ha dato forte rilievo alla concomitanza di questi elementi e, benchè la giurisprudenza sul punto sia piuttosto altalenante, è stata così convincente da rendere superfluo adire il Tribunale competente.

Infatti, dopo strenua trattativa e dopo la perizia del nostro medico legale di riferimento, la vicenda si è risolta in via stragiudiziale in soli due mesi e l’Assistita ha potuto ricevere ben 40.000 Euro per il risarcimento del danno patito.

Siamo stati bravi, è inutile dirlo, ma brava è stata anche la nostra Assistita che non si è persa d’animo e, anzi, consapevole delle sofferenze subite ingiustamente per l’incuria del Comune nell’ordinaria manutenzione delle strade ci ha dato massima fiducia e ci ha permesso di lottare per i suoi diritti.

Questo è il messaggio finale che vogliamo dare. Se subite o ritenete di aver subito un torto recatevi da un legale e parlatene con lui (spesso la prima consulenza è gratuita e in ogni caso potete chiedere tranquillamente al telefono quando prendete appuntamento) e lottate per i vostri diritti. La giustizia esiste ancora e spesso non serve un’aula di Tribunale per ottenerla, né troppo tempo.